happiness isn’t a blackmail.

Il mio disordine. È in questo: che ogni cosa per me è una ferita attraverso cui la mia personalità vorrebbe sgorgare per donarsi. Ma donarsi è un atto di vita che implica una realtà effettiva al di là di noi e invece ogni cosa che mi chiama ha realtà soltanto attraverso i miei occhi e, cercando di uscire da me, di risolvere in quella i miei limiti, me la trovo davanti diversa e ostile.
“Perché l’altro giorno ho pianto quando Banfi ha parlato dell’Angelico? Anche in me gli schemi si dissolvono e nasce il realismo umano. O piuttosto vorrebbe nascere e non può, in nessuna forma della realtà può esprimersi, come un pianto che non trova gli occhi per cui sgorgare, un sorriso che non ha volto in cui aprirsi.
Rifiuti, da tutta la realtà, ad ogni passo. E ad ogni passo, nuove ricerche per una realtà che non esiste.
E che non deve esistere.
Di questo la coscienza mi avvisa. Donarsi è abdicare alla propria personalità. […]
Tortura è stata la mia maternità immaginaria, valida fino a che ci fu al mio fianco un essere che condivideva questo anelito di salvazione di una vita in un’altra vita, valida finché fu non illusione, ma speranza, e speranza di bene non soltanto per me; ma quando si riconobbe illusione e divenne soltanto dolore mio, si isterilì, si schematizzò. Feci del mio dolore un’astrazione, un’armatura su cui appoggiare, scaricare la responsabilità della mia vita.
Da quel momento il mio dolore non ebbe più ragione, più diritto di esistere. Compiuta la rinuncia, io avrei dovuto ricominciare a vivere, non fare di quella una teoria per sostenere la negatività della mia vita. Come se quella che era stata la mia vita morale, giustificasse la mia vita amorale della giornata. Amorale perché subita, coscientemente subita come uno smembramento della personalità, un lasciarsi andare, disperdersi fra le cose, le anime, i gesti irriflessi, senza un nocciolo interno, una mano che raduni le fila, che prema l’uva perché ne coli il mosto.
Desiderare di donarsi non può non essere la suprema delle aspirazioni di una creatura; ma volersi ad ogni costo donare quando del rifiuto delle cose si ha già avuta coscienza, è uno sconfinare illecito, un proiettarsi in gigantesche fantasie che non hanno più realtà di un’ombra nera sul muro. […]
― Antonia Pozzi, Diari 4 Febbraio 1935

L’essere umano dovrebbe capire che rigenerare le proprie abitudini, rinnovare il proprio tempo, non significa escludere da questo altra gente. Puoi rinnovarti, restando sempre (con) lo stesso.

you can’t get out. 

Tutte le esperienze sono di fatto esperienze fortemente partecipative, ma bisogna fare attenzione a non cadere nella trappola dell’acriticismo rispetto a tutto quello che, con un fare retorico, magari anche involontario, non pone la comunità pubblica nel ruolo di co-autore, ma solo in quello di spettatore attivo. Le due cose sono radicalmente diverse. Non che una meriti un giudizio positivo e l’altra negativo; presuppongono tuttavia due concetti simili ma pur sempre diversi.
Nel primo caso, spesso l’operazione si limita alla coscienza di sé, ma non include la possiblità dell’autonomia nel processo di mutazione; nel secondo, il pubblico/autore da strumento dell’arte ne diviene artefice fattivo, operatore in prima persona, affermando così che l’estetica è ora, prima di tutto, azione. Credo che questo sia, proprio oggi, un concetto centrale, data la situazione politica mondiale che ci circonda. In uno stato di apparente democrazia diffusa, tutti abbiamo la sensazione chiara di avere diritti di partecipazione paritaria, e tendiamo a distinguere con chiarezza e orgoglio le nostre democrazie da quelle situazioni di governo totalitarie, incaricandoci di fare battaglie civili di liberazione, che in realtà altro non sono che atti imposti da una democrazia malata, che ci rende solo spettatori e non più, in nessun modo, attori.
― Viviana Gravano, Paesaggi Attivi. Saggio contro la contemplazione.